Intervista al Prof. Calogero Lo Piccolo

14 settembre 2012 by

Proviamo ad immaginare Palermo come una persona.

In che stato d’animo si trova?

 

Lo abbiamo chiesto al Prof. Calogero Lo Piccolo, Direttore della Sede di Palermo della Scuola di Psicoterapia Analitica della CORAIG, Docente della Facoltà di Scienze della Formazione – Università  di Palermo

«Arrabbiata e depressa».

Perché?

«Gli anni che abbiamo trascorso sono stati complessi e duri. Di perdita di una serie continua di cose. E penso che prima di potere recuperare un po’ di fiducia autentica ci vorrà del tempo. Palermo oggi è una città con un’aria di dismissione. Basta girare per le strade e vedere saracinesche abbassate e locali chiusi. Una immagine che rende il quadro della situazione».

Cosa non va?

«Ci sono alcune questioni di carattere generale, come l’occupazione giovanile e le poche prospettive di futuro. Due problemi che qui hanno un valore decuplicato. Nello specifico questa città ha vissuto 10 anni di abbandono totale da parte della vecchia amministrazione comunale di Diego Cammarata, che sono stati un handicap non indifferente che ha rovinato l’investimento fatto negli anni Novanta. Con Cammarata si è perso il rapporto con la cultura e i progetti sociali».

Che interesse c’era a mantenere questa situazione di stallo che oggi paghiamo?

«Relativamente all’amministrazione precedente, c’è stato un problema di inettitudine strutturale. La gestione Cammarata si è mantenuta a lungo per interessi governativi romani. Il governo nazionale, gestito dal centrodestra di Silvio Berlusconi, non poteva permettersi la crisi di una città-simbolo come Palermo. In sostanza nei primi cinque anni di amministrazione Cammarata sono stati messi in atto i progetti avviati da Orlando. I secondi cinque hanno visto il vuoto. Le poche cose che sono state fatte erano figlie dell’interesse politico e personale».

Con le elezioni che hanno coronato sindaco Leoluca Orlando, la città sembrava avere riacquistato speranza. Non le pare che in pochi mesi sia già finito l’entusiasmo?

«È così. Ma la situazione trovata da Orlando è ed era complicatissima. La campagna elettorale comunale si è basata su promesse miracolose. Alla lunga si è capito che invece i tempi di lavoro saranno molto lunghi. Il limite del progetto Orlando mostra oggi gli effetti di una campagna elettorale troppo personalistica ed eccessivamente basata sullo slogan “Il sindaco lo sa fare”. Io credo che solo coinvolgendo ampi strati sociali può ripartire tutto. Cosa che in parte sta accadendo, ma i tempi di realizzazione non sono immediati, Eventi come l’incendio di Bellolampo o i blocchi degli operai Gesip contribuiscono poi a rallentare i ritmi di crescita della città».

Ecco, oggi il problema simbolo e metafora della città pare legato simbolicamente alla questione Gesip, una società comunale campata grazie all’assistenzialismo e che ha favorito categorie di lavoratori meno abbienti per vent’anni. La crisi economica di oggi mostra che è finita la pacchia?

«Fa emergere che è finito un certo modello sociale e che non si può più tornare indietro. Gesip, per i compiti che ha, è una azienda importantissima, ma deve diventare anche efficiente e non uno stipendificio. Dentro questo macrogruppo c’è chi lavora e chi sta lì a fare non si sa cosa. Ma questo è il vizio storico di queste cooperative, che sono state il più grande errore di Orlando»

D’altra parte non possiamo pretendere che un sindaco eletto a maggio e insediatosi a luglio risolva problemi che ci portiamo dietro da 10 anni in appena 4 mesi di governo. Non crede?

«Certo, ma a questo punto l’obiettivo è uscire dalle logiche dell’emergenza e capire che c’è bisogno di lavoro e tempo. I prossimi 5 anni saranno sufficienti per creare dei binari di costruzione per alcune riforme».

L’amministrazione di Orlando cosa ha fatto di buono a oggi?

«Ancora è troppo presto per dirlo. C’è un’aria diversa rispetto a prima. Positiva. Il lavoro da assessore di Francesco Giambrone sulla cultura è un segno, così come l’attenzione che sta ponendo agli spazi pubblici e l’aver provato a riavviare un dialogo sui Cantieri Culturali. Intanto c’è l’intento. Ma tra il dire e il fare ce ne vorrà. Io calcolo un annetto. Sul piano sociale, invece,  siamo ancora  lontani dagli obiettivi».

Magari perché manca il denaro per i piani sociali?

«Sono fondi nazionali e in stand by, quindi possono essere presi e i soldi non mancano. C’è un problema di fondo di riorganizzazione del settore. Troppe associazioni sono nate da un giorno all’altro senza una storia, senza persone e senza obiettivi chiari dentro. Questo per la città di Palermo non è utile».

Quali potrebbero essere le soluzioni e quanto tempo dovrebbe passare per applicarli?

«Le questioni urgenti sono: il censimento delle associazioni che prestano servizi per capire chi gestisce il denaro, identificazione dei servizi urgenti da ripristinare, il sostegno alle giovani generazioni. In quest’ultimo caso il nodo fondamentale è complesso e dovrebbe comprendere contemporaneamente il sostegno di tipo psicologico educativo nonché una serie di progetti di formazione effettiva rispetto all’inserimento lavorativo».

La Sicilia si appresta a nuove elezioni, con candidati a “maggioranze variabili”, che stanno facendo anche loro tante, troppe promesse. Rischiamo di vedere anche in Assemblea regionale siciliana quello che accade a palazzo delle Aquile?

«Io credo che il rischio sarà maggiore. Perché siamo in un momento di crisi di idee della classe dirigente e purtroppo la sinistra è poco coraggiosa e vedo ripercuotersi le vicende del comune di Palermo, con errori di tutti. Nel centrodestra, invece, sembra di assistere a una questione di lotta tra bande. Qualsiasi sarà il risultato, al di là della maggioranza, non sarà un bene per la Sicilia. “E temo che tutto questo si ripercuota a livello nazionale».

Vassily Sortino

 

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